Il comandante di un
rimorchiatore di Porto Torres, nato nella campagna di Oristano, è il
protagonista di decine di salvataggi impossibili (e, qualche volta,
anche segreti). “Bisognerebbe non aver visto chi invoca aiuto per
poter tornare indietro”. Una vita dedicata a combattere la morte,
che gli ha già portato via il padre e i fratelli. E non ha mai
imparato a nuotare.
di CENZINO MUSSA
Porto Torres, luglio 1979
Questa è la storia di un
contadino diventato eroe del mare. Si chiama Giovanni Camedda, ha 39 anni
e occhi chiari da bambino in una faccia invecchiata in fretta e bruciata
dalla salsedine. Comanda i rimorchiatori di Porto Torres, ma più che
guidare l’attracco delle navi, il suo mestiere è quello di correre nella
tempesta per salvare chi sta affondando. Con certezza nessuno sa quante
vite ha salvato, ogni volta rischiando la sua. Almeno trecento, secondo un
documento della capitaneria di porto che lo propone per la medaglia al
valor civile. Ma i conti sono limitati agli ultimi cinque anni, e Camedda
va per burrasche da quand’era ragazzo. Un personaggio straordinario, che
sarebbe piaciuto a Conrad e a Hemingway: la fantasia li avrebbe aiutati a
colmare i silenzi. Per il cronista è più difficile, perché Camedda non
parla volentieri di sé. Ha la gentilezza e la generosità dei sardi, ma
anche il riserbo dignitoso. La sua storia bisogna metterla insieme a
brandelli, raccogliendo sfoghi improvvisi e ascoltando i suoi amici; che
sono davvero tanti.
Nasce a Solanas di
Cabras, sette chilometri da Oristano, una manciata di case fra i vigneti.
Padre, madre, cinque fratelli e molta terra. Tutti contadini. Lui fa la
seconda media, poi smette di studiare. Un giorno arriva l’armatore
napoletano Achille Onorato, che ha dei parenti a Oristano e conosce i
Camedda. Giovanni sta
raccogliendo i piselli. « E a scuola? », domanda. « Non mi piace più »,
risponde il ragazzo. « Allora vieni in mare ». Il mare a Giovanni fa
paura. Gli basta il fiume Tirso, che scorre lì a due passi. Non sa neppure
nuotare. Ma il paese gli sta stretto, e decide di andarsene. La madre gli
mette in mano una corona del rosario, gli porge il fagotto, e via.
Il primo viaggio è da
Cagliari a Porto Marghera, ottobre del ‘55. C’è un po’ di maretta: il
mozzo Giovanni Camedda soffre e sgrana il rosario. Alla fine del mese gli
danno 18 mila lire. Quattro anni dopo è marinaio, a 40 mila lire il mese.
Ricomincia a studiare. « Sono ambizioso, volevo arrivare ». I libri li
compera a rate, come i mobili per la casa. La notte la passa a ripetere
“rosa rosae”. Sei mesi dopo dà l’esame di terza media, ed è promosso. È
giugno del 1961. Ad agosto, un altro esame all’Istituto nautico di Genova.
E diventa “padrone marittimo”, che è il titolo appena al di sotto di
capitano di lungo corso. È autorizzato a comandare nel Mediterraneo una
nave sino a 5 mila tonnellate. Così, con un balzo solo, da marinaio passa
a comandante. Gli affidano il rimorchiatore “Giuseppe Irrera”, ma non gli
basta. Decide di prendere il diploma al liceo nautico. « Puntavo sulle
materie professionali, avevo già fatto alcuni salvataggi. Per un mese sto
in mezzo ai ragazzini, io già pelato e stanco, loro belli vispi. Riesco
soltanto a farmi ammettere al quarto anno, ma con la frequenza
obbligatoria.
Così sono costretto a
smettere di studiare ».
Ormai, anche il titolo di
“padrone marittimo” consente di uscire dagli stretti. Camedda esce quando
nessun altro avrebbe il coraggio di avventurarsi nella tempesta. Nasce la
sua leggenda. Nel settembre del 1970, quando sta per arrivare nel golfo di
Porto Torres la prima superpetroliera, e molti ritengono che non ci sia un
rimorchiatore capace di farla attraccare, chiamano Camedda. « Io vado e
trascino alla boa quel bestione. Da quel giorno mi sono fermato a Porto
Torres ».
Dal 197l comanda il
“Vincente”, un rimorchiatore che stazza 237 tonnellate, ha motori da 1910
cavalli sovralimentati da due turbine soffianti, e può tirare al gancio
una nave di 200 mila tonnellate. Con questo guscio, lungo 34 metri e largo
7, Camedda ha compiuto una quarantina di salvataggi ufficiali. Poi ci sono
le operazioni per le quali ha avuto ampi riconoscimenti, ma che non si
possono raccontare. E difatti lui non le racconta. Ma gli amici sanno di
quella volta che Camedda trasse d’impaccio mezza flotta militare
nell’avamporto di Cagliari. Una quindicina di navi, compresi il “Duilio”,
il “Doria”, il “Carabiniere” e il “Garibaldi”. Una “maestralata”
improvvisa, il mare forza nove e le navi una addosso all’altra, col
rischio di finire sugli scogli. Le statistiche non dicono neppure del
salvataggio compiuto nel marzo di quest’anno a 45 miglia dalle Bocche di
Bonifacio: un’altra nave militare, la motocisterna “Bradano”, con 56
marinai a bordo, rimasta in avaria nel mare in burrasca.
Tanti drammi a lieto fine
Nella casa di Camedda (un
museo, più che una casa) ci sono molti attestati di benemerenza, molti
ringraziamenti (alcuni firmati da ammiragli), molti rapporti di comandanti
che gli devono la vita. Ogni rapporto è un romanzo drammatico a lieto
fine. Eccone uno. Scrive Spyridon Messinezos, comandante della nave
cipriota “Santa Marina”:
« Giorno 20 ottobre 1974.
Posizione latitudine 41 58 nord, longitudine 07 21 est. Sono le ore 16,
rileviamo un grave danno al timone. La nave non governa più. Grossi
cavalloni irrompono e s’infrangono sulla “Santa Marina”, che scarroccia.
Le tenebre stanno per calare, lanciamo l’S.O.S. La radio costiera di Porto
Torres intercetta il nostro segnale e ci risponde che, date le condizioni
del tempo che tende a peggiorare, può uscire in nostro soccorso soltanto
il rimorchiatore “Vincente”. Passa qualche ora... il mare è una bolgia.
Facciamo dei calcoli: l’unica soluzione che si prospetta è di finire
sfracellati contro gli scogli. Se qualcuno non osa sfidare l’inferno, per
noi la fine è segnata. Ma c’è qualcuno capace di sfidare questo mare?
L’alba del 21. Montagne d’acqua si abbattono su di noi. Il mare è a forza
dieci. Devo ammettere che se c’è qualcuno che si dirige su di noi rischia
la vita e ha poche probabilità di compiere le manovre d’aggancio. Io prego
per me e per i miei uomini, ma sono già convinto che la nostra sorte è
segnata... Alle 8 avvistiamo l’albero d’una nave che subito scompare.
Forse è un miraggio...
No, è davvero un
rimorchiatore. Lo vediamo sprofondare nei flutti. Compie manovre che ci
fanno rabbrividire. Non sappiamo se a bordo vi siano angeli o diavoli...
Mentre il rimorchiatore risale sulla cresta di un’onda e la nostra nave
sta per sprofondare nel vuoto, ci viene lanciata una cima.., la cima si
spezza, il tentativo d’aggancio si ripete. Basta una sbandata e finiamo
capovolti entrambi... Poi sentiamo di essere resuscitati... Questo mio
diario è niente in confronto a quello che abbiamo vissuto ».
— È un diario fedele,
comandante Camedda?
« Sette volte s’è
spezzata la cima. E io ero sommerso dalle onde. Navigavo da 49 ore. Il
“Vincente” s’infilava nel mare, e le turbine aspiravano acqua e l’aria dei
locali interni. Mi sentivo schiacciare la testa. C’era da impazzire ».
Camedda non dice che un suo marinaio impazzì davvero. Le ultime trenta ore
era rimasto solo a governare la nave. L’equipaggio voleva tornare in
dietro, lui aveva promesso di sì, poi li aveva lasciati a pregare nella
saletta, ed aveva proseguito.
— Comandante, che diritto
ha di mettere in pericolo la vita dei suoi uomini?
« Nessuno. Ho soltanto il
dovere di salvare chi sta morendo. Bisognerebbe non aver visto chi invoca
aiuto, per poter tornare indietro ».
— Ma lei non ha paura?
« Molta. Soprattutto
quando parto, perché so che cosa mi aspetta. Poi, quando sono in ballo, mi
passa. Dico: o ci salviamo tutti, o nessuno. Tal volta la morte l’ho
persino invocata. Per soffrire così, dico a quello lassù, falla finita ».
— Lei parla con “quello
lassù”?
« Sempre. Gli dico:
guarda che non siamo qui per divertirci, dacci una mano, tu puoi farlo. E
lui mi aiuta. Mi ha sempre aiutato ».
Da 23 anni è in servizio
permanente, a disposizione 24 ore su 24, mai un giorno di vacanza. Quando
gli uomini normali scappano, lui mette l’avanti dritta. Il libro di bordo
racconta senza aggettivi episodi che neppure i registi dei film-catastrofe
riuscirebbero ad immaginare. Due anni fa, mare di Corsica, un miglio e
mezzo dagli scogli delle Sanguinarie. La “Jeanne Re”, nave francese carica
di auto diretta in Libano, lancia I’S.O.S. Il mare è in burrasca, nessuno
azzarda un soccorso. Parte Camedda: salva i ventisette marinai a bordo e
aggancia la nave.
Scorso inverno, al largo
dell’Asinara. Un fulmine cade sulla “Capo Falcone”, carica di 1.150
tonnellate di gas. « Dopo due ore e mezzo di navigazione vediamo una
lancia con l’equipaggio che si allontana, e dietro la lancia una nave in
fiamme. Camedda recupera i naufraghi, poi si affianca alla “Capo Falcone”,
sale a bordo, spegne l’incendio e la trascina in porto».
Una sola volta è tornato
in lacrime. E accaduto l’anno scorso. L’”Angel”, una nave spagnola, stava
affondando in mezzo al Golfo del Leone. « Trovo uno zatterino gonfiabile
con undici marinai. Non davano segni di vita, erano assiderati. Li abbiamo
fatti salire a bordo, si sono ripresi. Poi abbiamo continuato a cercare
per quaranta ore, e il mare ci ha restituito soltanto cadaveri ».
-- È cattivo il mare?
« Qualche volta, se
potessi, lo mangerei. Mi fa paura, ma lo rispetto. Non sono mai riuscito
ad odiarlo. Non potrei restarne lontano ».
-- Ma non è un contadino?
« Certo, sono anche
contadino. Amo la terra. Noi siamo animali terrestri. Soltanto i pesci non
soffrono in mare. O forse, con tutti questi inquinamenti, adesso soffrono
anche loro. E forse il mare si ribella, diventa più cattivo ».
-- Alcuni lo sfidano per
il gusto dell’avventura, o anche per altri motivi meno nobili.
« Non li capisco. Non è
giusto. Quelli sì che mettono a repentaglio la vita dei soccorritori ».
-- Ma lei accorrerebbe
anche per salvare un navigatore solitario?
« Io ho un conto
personale con la morte: cerco di combatterla sempre».
Una volta, una nave che
si chiama “Maria Costanza” finisce sugli scogli e comincia a inabissarsi.
Il comandante dice per radio che l’equipaggio è costretto a calarsi nelle
scialuppe. Camedda sta arrivando, ma è ancora molto lontano. « Allora dico
una bugia. Fra un’ora sono da voi. So che ci vorranno almeno quattro ore,
ma è pericoloso abbandonare la nave. Resistete, siamo vicini. E loro
resistono. Li recuperiamo a uno a uno. Erano in undici. La nave ormai era
quasi tutta sommersa. Emergeva solo la prua. Sono riuscito ad agganciarla
e a portarla via. Se fosse andata a fondo avrebbe tirato giù anche noi,
nessuno avrebbe fatto in tempo a tagliare i cavi. E questa non è abilità,
è fortuna. E’ quello lassù che mi dà una mano».
Camedda ha già sopportato
un carico di sventure. È morto suo padre, poi sono morti i suoi cinque
fratelli, uno dopo l’altro. Gli è rimasta la madre, Maria Vincenza, 77
anni. Appena può, corre a trovarla. Una sera è a Solanas, e la madre Io
sveglia. C’è il comandante del porto, bisogna partire subito. Il faro di
Campo Mannu, trenta miglia da Oristano, ha segnalato di aver visto una
nave che sta investendo l’isola di Mal di Ventre. Le luci sono scomparse.
Non c’è tempo per andare a Porto Torres e imbarcarsi sul “Vincente”. Nel
porto di Oristano c è una sola nave, la “Alicia” di bandiera tedesca. Il
comandante e il vice non si trovano. Camedda sveglia l’equipaggio, e
dice: partiamo. I tedeschi sono duri a convincersi, poi accettano. «
Andiamo, e troviamo soltanto l’albero maestro che affiora. Calcolo il
vento, le onde. E avanzo. Finché trovo una lancia con nove marinai. La
lancia fa acqua, sta per affondare. Mi sono infilato il giubbotto, mi sono
calato con la corda e li ho tirati su». Gli hanno dato molte onorificenze:
è cavaliere della Repubblica, la Marina mercantile gli ha assegnato il
premio “Avanti Tutta”, che è il massimo riconoscimento della marineria
italiana; dal Consiglio superiore delle forze armate ha avuto la medaglia
d’argento. Perché quella d’oro si dà soltanto alla memoria.
« Tutto sommato », dicono
i suoi amici, « potevano anche dargli quella d’oro: lui tutte le volte che
salva qualcuno, un poco muore ». Una volta è tornato con le pupille
dilatate. Non vedeva più. E’ rimasto quattro giorni con le bende su gli
occhi.
« Vede come porto male i
miei 39 anni? », scherza Camedda. « Ma non morirò d’infarto. Con tutti i
colpi che ho preso, il cuore ormai dev’essere elastico. La paura passa ».
-- Anche la paura di
finire in mare?
« Non ci penso neppure:
io sono un contadino. Forse mi sono dimenticato di dirle che non ho mai
imparato a nuotare».
Cenzino Mussa
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