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M/n "SANTA MARINA"

Rapporto del Comandante

Spyridon Messinezos:

 

Giorno 20/10/1974 - Posizione Latitudine 41°58' N - Longitudine 07°21' E

Sono le ore 16.00.- Rileviamo un grave danno al timone. La nave non governa più e d'improvviso il mare accenna ad intensificare la sua forza. Grossi cavalloni irrompono e s'infrangono sulla "Santa Marina" che scarroccia, con sbandamento che cominciano a preoccuparci seriamente. Non lasciamo cadere la possibilità di riparare l'avaria. Ci proviamo ma tutti i nostri tentativi rimangono inutili. Le tenebre stanno per calare e temendo il peggio lanciamo l' S.O.S. La radio costiera di Porto Torres intercetta il nostro segnale e ci risponde che, date le condizioni del tempo che tende a peggiorare sempre più, può uscire in nostro soccorso un solo rimorchiatore: il “Vincente”.

 Passa qualche ora. Le condizioni meteo si sono aggravate. Al momento dell'avaria avevamo registrato un mare forza 5/6 ma adesso la situazione è ben diversa. Il tratto di mare in cui ci troviamo è una bolgia. La nave scarroccia verso terra e tutti noi della “Santa Marina” ci domandiamo già se ci sia qualcuno pronto e soprattutto capace a sfidare il mare. Un vento impetuoso da abbrivio alla nave che scarroccia a non meno di 4 miglia l’ora. La situazione è divenuta drammatica, insostenibile. Intercettiamo una notizia demoralizzante: il “Canguro" 7.000 tonn., è stato costretto a ripararsi in Corsica. Cerchiamo di darci coraggio a vicenda e preghiamo Dio e la nostra buona sorte. I nostri calcoli non sono approssimativi ma esatti: in mezzo ad un mare che non avevo mai visto così, con la nave inerme, con noi tutti impotenti a compiere una qualsiasi operazione, l'unica soluzione che si prospetta è di finire sfracellati contro gli scogli. Facciamo delle considerazioni e delle valutazioni. Proprio così: se qualcuno non osa sfidare l'inferno per noi la fine è segnata. Per noi l'ora della verità una specie di ultimatum alla nostra esistenza, al massimo potrebbe scadere alle 08.30 dell'indomani.

All'albeggiare del 21/10/1974, intorno alle 06.00, i nostri occhi possono vedere terrorizzati cavalloni giganteschi, vere montagne d’acqua che ci sbattono in ogni senso. Il mare è forza 10 da Ovest secondo il bollettino meteorologico di Marsiglia e questa notizia ci giunge a demoralizzarci completamente. Come Comandante di una nave ritengo che nessuno sarebbe tanto pazzo, tanto incosciente ad avventurarsi in questa terribile tempesta per venirci a salvare. Mi metto nei panni dei possibili soccorritori e devo ammettere che se c'è qualcuno che si dirige su di noi non solo rischia la sua incolumità, cioè rischia la vita di tanti altri uomini, ma ha persino poche probabilità persino di avvicinarsi e compiere le necessarie manovre d'aggancio. Io continuo a pregare per me e i miei uomini ma sono convinto che la nostra sorte sia già segnata.

     Alle 08.00 un membro dell'equipaggio dice di avere avvistato qualcosa.  Frughiamo l'infinito, ma dove guardare se onde alte come montagne si parano come mura gigantesche intorno a noi?  Un bagliore e in lontananza l'albero di una nave che scompare alla nostra vista come inghiottita dal mare. A tratti vediamo sempre più avvicinarsi l'isola dell'Asinara; il ché non ci rallegra molto perché proprio quest'isola potrebbe essere la nostra tomba. Ci domandiamo senza molta speranza se qualcuno di noi abbia davvero visto un albero. Nessuno ne è convinto e il pensiero ad un miraggio s'incunea doloroso nella nostra mente. La drammaticità del momento è esasperata da un'altra notizia che corre nell’aria e che noi intercettiamo: sotto le coste della Corsica, un grosso rimorchiatore ha perduto una chiatta con due uomini a bordo e i soccorsi sono concentrati nel salvare questi due uomini Ci viene voglia di chiudere la radio per non sentire ormai cose che ci sfiorano da lontano e che però danno l’ultimo colpo al nostro morale ormai inesistente. Mentre la nave continua nella sua pazza corsa verso gli scogli dell'Asinara ecco un rimorchiatore che si avvicina con enorme difficoltà. Il nostro cuore si gonfia di gioia ma tutti sappiamo che non è ancora finita. Il rimorchiatore lo vediamo ora dall'alto, ora dal basso, sollevato e sprofondato nei flutti. Non può farcela. Preghiamo che ce la faccia perché altrimenti è davvero finita.

       Il rimorchiatore compie delle manovre che ci fanno rabbrividire. Gli uomini che Vi sono a bordo non sappiamo più se sono angeli o diavoli. Basta una manovra errata ed è la fine per tutti, per il rimorchiatore e per noi.- Mentre il rimorchiatore risale sulla cresta di un'onda e la nostra nave sta per sprofondare nel Vuoto creato da un'altra che l'ha preceduta, ci viene lanciata una cima.  La perizia marinaresca degli uomini del rimorchiatore ci lascia sbalorditi. Come loro e più di loro sappiamo che lavorano sul filo di lama della morte. Crediamo che l'aggancio sia riuscito ma la cima, in seguito ad un contraccolpo dovuto ad un’ennesima ondata si spezza. E così il tentativo di aggancio si ripete, con altre tre cime consecutive che si spezzano come niente. Il mare continua ad infuriare, il rimorchiatore lo vediamo ora di prora, ora di poppa. E’ una specie di danza macabra, nelle posizioni più impensate. Finalmente un'altra cima, pare che tenga, viene messa in tira. Preghiamo tutti, penso anche quelli del rimorchiatore perché è il momento più critico e delicato del nostro salvataggio: basta una sola sbandata e finiamo capovolti entrambi. La cima resiste e la "Santa Marina" comincia a prendere la direzione voluta dal comandante del rimorchiatore. Sinistre, le onde si infrangono a meno di mezzo miglio dalle rocce dell'Asinara, dove saremmo andati a finire noi.

In quel momento abbiamo compreso di essere resuscitati, di essere passati dalla morte alla vita, per la perizia, il coraggio, la generosità di uomini valorosi. Auguro a tutti i Comandanti delle navi chiamati a vivere la drammaticità dei momenti, dei lunghissimi momenti trascorsi da noi, di trovare sempre sulla loro rotta uomini come quelli del rimorchiatore "Vincente” e come il suo ineguagliabile Comandante Giovanni Camedda.

Una volta a terra le nostre lacrime, il nostro fraterno abbraccio, come si conviene tra uomini di mare, sono stati naturali, carichi di affetto, di grande calore e solidarietà umani.

Questo mio diario serve soltanto a descrivere quello che è accaduto in quel tremendo arco di tempo tra il 20 e 21 Ottobre. Non è niente in confronto a quello che i nostri occhi hanno visto.

Serva come dovuto riconoscimento a chi dobbiamo la nostra vita.

                                               IL COMANDANTE DELLA “SANTA MARINA”

                                                              (Spyridon Messinezos)

Porto Torres, 26 Ottobre 1974  

(Traduzione in Italiano della signora Emanuela Paccinotti resa davanti al segretario generale del comune di Porto Torres il 12 marzo 1975)

Rapporto del Comandate Camedda

Supplemento d'indagine della Capitaneria di Porto Torres

Deposizione del Fanalista di Punta Scorno

Carta della zona del sinistro

La storia del Santa Marina

 

 

 

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